Richiesta di pagamento da un contatto conosciuto: certificare la prova

La truffa con richiesta di pagamento non arriva quasi più da un numero sconosciuto: arriva dall’account autentico di una persona già in rubrica, sottratto al proprietario poche ore prima. La Polizia Postale ha segnalato lo schema due volte in otto giorni, il 17 e il 25 agosto 2026. Chi riceve il messaggio dispone il pagamento di propria mano: l’operazione risulta formalmente autorizzata e il rimborso previsto per le operazioni non autorizzate non si applica. Resta da dimostrare come l’inganno è stato costruito, e quella dimostrazione sta dentro una conversazione che nel giro di poche ore viene quasi sempre cancellata.

È la parte meno raccontata del furto di identità digitale e degli account clonati: mentre il proprietario recupera il profilo e ripulisce le chat, chi ha pagato perde la prova di ciò che aveva letto.

Questo approfondimento fa parte della guida: Furto di identità digitale e account clonati

Perché la truffa con richiesta di pagamento arriva da un account autentico

La truffa con richiesta di pagamento è il raggiro in cui la domanda di denaro arriva dall’account autentico di un contatto in rubrica e la vittima autorizza il trasferimento.

La leva è l’urgenza: una cura medica da saldare subito, un imprevisto che non può aspettare. L’unica verifica utile passa da un altro canale, una telefonata al numero in rubrica prima di pagare.

Le due allerte della Polizia Postale di agosto 2026

Il 17 agosto 2026 la Polizia Postale ha segnalato richieste di pagamento inviate tramite app a un numero elevato di utenti, «confidando che qualcuno di loro autorizzi l’operazione senza verificare attentamente il destinatario»; il 25 agosto ha precisato che quei messaggi «provengono spesso da account WhatsApp sottratti o compromessi».

Il rapporto della Banca d’Italia sui pagamenti fraudolenti del secondo semestre 2025 lo misura: le frodi da manipolazione del pagatore valgono il 72% del valore dei bonifici fraudolenti, le perdite restano a carico dell’utente nel 92% dei casi e nella truffa con bonifico istantaneo l’importo medio è 1.850 euro.

Perché lo screenshot fatto dopo non regge

Uno screenshot dimostra che su un certo schermo compariva una certa immagine, non quando il messaggio è stato ricevuto né che il contenuto non sia stato modificato prima della cattura. Il motivo sta nell’articolo 2712 del Codice civile, che dal 25 gennaio 2011, per effetto del D.Lgs. 235/2010, mette le riproduzioni informatiche accanto a quelle «fotografiche o cinematografiche» e alle «registrazioni fonografiche»: tutte «formano piena prova dei fatti e delle cose rappresentate, se colui contro il quale sono prodotte non ne disconosce la conformità ai fatti o alle cose medesime». L’efficacia probatoria dipende dal silenzio della controparte, non dalla qualità dell’immagine: basta una contestazione in giudizio per far scendere lo screenshot dal rango di piena prova a quello di semplice indizio, come mostrano le obiezioni ricorrenti sul valore probatorio degli screenshot WhatsApp in tribunale.

Che cosa fissare, e in che momento: la conversazione prima che venga ripulita

La finestra si apre quando la vittima capisce che la richiesta di pagamento era falsa e si chiude quando il proprietario riprende l’account rubato: chi recupera il profilo cancella le conversazioni, e nel mezzo passano di rado più di qualche ora.

Gli elementi da acquisire

Gli elementi da fissare sono tre, nell’ordine in cui spariscono:

  1. La conversazione completa con il contatto, non il solo scambio sul denaro.
  2. La notifica di pagamento dell’applicazione, con importo, orario e destinatario.
  3. Il profilo del mittente per come appariva al momento dei fatti.
Elemento Perché può sparire Che cosa dimostra
Conversazione completa La cancella chi riprende l’account Come la richiesta è stata resa credibile
Notifica di richiesta Scade o viene revocata Importo, orario e conto di destinazione
Profilo del mittente Cambia al recupero del profilo Che la richiesta veniva da un contatto in rubrica

Esportare la chat non equivale ad acquisirla: produce un file nuovo, creato dopo i fatti. Vanno controllate anche le conversazioni archiviate: il CERT-AGID ha rilevato il 5 febbraio 2026 che i messaggi fraudolenti finiscono spesso lì, e che finché le sessioni su WhatsApp Web restano aperte l’attaccante scrive anche dopo il recupero.

Che cosa produce l’acquisizione forense della conversazione

TrueScreen acquisisce la conversazione, la notifica di richiesta e il profilo del mittente con metodologia forense e produce un pacchetto con l’impronta crittografica del contenuto, la marca temporale qualificata e la catena di custodia. Marca temporale e sigillo digitale sono erogati da QTSP terzi integrati via API: la piattaforma non emette certificati, li applica al materiale acquisito documentando ogni passaggio. Il risultato non è uno screenshot più nitido, è un oggetto che una persona estranea ai fatti può verificare da sola: il contenuto non è cambiato ed esisteva già a quella data.

Chi deve documentare una truffa subita usa TrueScreen per l’acquisizione certificata delle chat, fissa lo scambio prima che l’account venga ripreso e allega al reclamo un elemento verificabile invece di una descrizione. Le modalità operative sono nella guida su come certificare la conversazione.

Acquisizione certificata di chat WhatsApp TrueScreen

Caso d’uso

Acquisizione certificata di chat WhatsApp con valore legale

Con TrueScreen la conversazione viene acquisita con metodologia forense, marca temporale e catena di custodia.

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Dove serve la prova: denuncia, reclamo alla banca, tutela del titolare

Il materiale acquisito sorregge la querela per truffa, da proporre entro tre mesi dalla notizia del fatto, e il reclamo al prestatore di servizi di pagamento.

Perché il rimborso automatico non opera, e che cosa lo sostituisce

Quando la vittima esegue lei stessa il pagamento l’operazione è autorizzata, e il regime di rimborso del D.Lgs. 11/2010 sulle operazioni di pagamento non autorizzate non si applica. Quel regime, in astratto, protegge chi paga: concede 13 mesi dall’addebito per disconoscere l’operazione e impone il rimborso entro il primo giorno lavorativo successivo, salvo dolo o colpa grave del titolare. Sono però tutele costruite su un’operazione mai autorizzata, e non è questo il caso. Lo afferma il Collegio di coordinamento dell’Arbitro Bancario Finanziario nella decisione 8671 del 23 luglio 2024: accertare che i pagamenti sono stati compiuti dal titolare è «condizione sufficiente al fine di escludere la concreta fattispecie dalla sfera di applicazione del D.lgs. n. 11/2010». Un disconoscimento di operazioni bancarie che conti sul rimborso automatico, qui, riceve un rifiuto motivato.

La stessa decisione lascia aperto il risarcimento «qualora sia dimostrata la negligenza dell’intermediario» ai sensi dell’art. 1218 c.c. La Relazione annuale 2025 dell’ABF lo conferma: la banca «può in alcune circostanze essere chiamata a rimborsare parte delle somme sottratte se non ha bloccato le transazioni sospette». Metà dei 4.951 ricorsi del 2025 sulle frodi è stata respinta: la differenza la fa la ricostruzione allegata, come nella truffa dell’IBAN. Il reclamo per operazione di pagamento non autorizzata regge quando l’allegato è verificabile da chi non era presente, come nell’acquisizione forense di TrueScreen.

Il valore probatorio delle riproduzioni informatiche

Il disconoscimento verso la banca punta al rimborso di un addebito non autorizzato; quello dell’articolo 2712 c.c. nega che la riproduzione corrisponda ai fatti e indebolisce la prova. Documentare origine, integrità e momento della cattura rende difficile quest’ultima contestazione.

Chi si ritrova l’account WhatsApp hackerato denuncia l’accesso abusivo a un sistema informatico e la sostituzione di persona dell’articolo 494 del Codice penale, chi ha pagato agisce per truffa, e ciascuno fissa il proprio materiale prima che il recupero dell’account clonato cancelli l’altro.

FAQ: truffa con richiesta di pagamento

Uno screenshot della chat basta per contestare il pagamento alla banca?
No. Uno screenshot dimostra che una certa immagine compariva su uno schermo, non la data di ricezione né l’integrità del contenuto. L’articolo 2712 del Codice civile riconosce piena prova alle riproduzioni informatiche solo finché la controparte non ne disconosce la conformità.
Che cosa acquisire se il pagamento è già partito e la chat rischia di sparire?
Vanno fissati tre elementi: la conversazione completa, la notifica di richiesta di pagamento con importo e orario e il profilo del mittente per come appariva allora. Il primo a sparire è lo scambio di messaggi, che il proprietario cancella appena riprende l’account.
La banca deve rimborsare se il pagamento è stato autorizzato credendo a un contatto reale?
Non automaticamente. Secondo la decisione 8671/2024 dell’Arbitro Bancario Finanziario l’operazione disposta dal titolare, anche se ingannato, è autorizzata, e il rimborso del D.Lgs. 11/2010 non si applica. Resta possibile il risarcimento per negligenza dell’intermediario ai sensi dell’art. 1218 c.c.
Che differenza c’è tra il disconoscimento bancario e il disconoscimento della prova in giudizio?
Sono due atti opposti con lo stesso nome. Il disconoscimento verso il prestatore di servizi di pagamento contesta un addebito non autorizzato e mira al rimborso. Quello dell’articolo 2712 del Codice civile nega che una riproduzione informatica corrisponda ai fatti, e la degrada a indizio.
Come si denuncia una richiesta di denaro arrivata da un account WhatsApp compromesso?
La denuncia si presenta alla Polizia Postale, in un ufficio o sul portale del Commissariato di PS online, e riguarda la truffa dell’articolo 640 del Codice penale. Vanno allegati la contabile dell’operazione, la conversazione acquisita e i riferimenti del mittente.

Certifica la conversazione prima che venga cancellata

TrueScreen acquisisce chat, notifiche di pagamento e profili con metodologia forense e li certifica con marca temporale e sigillo digitale erogati da QTSP integrati.

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